INTERVISTA AD ANGELO MIRAMONTI: GRAZIE AL VALORE TERAPEUTICO DEL TEATRO, ALLA SUA SENSIBILITÀ ED ALLA SUA PREPARAZIONE, DONA CONFORTO ALLE ANIME.

I suoi bellissimi occhi osservano attenti tutto ciò che lo circonda. Sono incrinati da una pacatezza che, ad uno sguardo poco attento, potrebbe sembrare malinconia, mentre in realtà riflettono al mondo la profondità d’animo di un uomo che ha conosciuto la sofferenza dei più poveri e si è tirato su le maniche per aiutarli a venirne fuori.
La sua tranquillità è tutt’altro che apatia. Conoscendolo si comprende cosa voglia dire, in pratica, lavorare con costanza, entusiasmo e dedizione senza sprecare energie inutili.
Ha diverse pubblicazioni all’attivo (l’ultima è “Amina. Ritratto di una donna abitata dagli spiriti ancestrali.”, che non ho ancora avuto modo di leggere, ma che mi sta già attendendo sul comodino e che, ovviamente, vi recensirò non appena l’avrò terminato), due lauree e buona parte della sua vita trascorsa a vivere in giro per il mondo, perché la sua casa è il mondo intero.
Fatevi coinvolgere dalle sue parole e  dall’armonia del suo animo, che lo porta a vedere come possibile un futuro migliore, nella consapevolezza però che sia necessario un impegno attivo e non violento, grazie alla cultura ed il teatro.

Angelo Miramonti

1. Quando ci siamo conosciuti lavoravi in Senegal per l’Unicef: come si fa a riuscire a lavorare per un’organizzazione di tale portata ed in che cosa consisteva il tuo lavoro?
Per lavorare con l’UNICEF in paesi in via di sviluppo serve una laurea in una disciplina legata ai diritti dei bambini (medicina, ingegneria, nutrizione, scienze dell’educazione, economia, etc.), la conoscenza dell’inglese, francese o spagnolo e soprattutto avere esperienza di gestione di progetti per minori in paesi in via di sviluppo. Il mio lavoro in Senegal consisteva nel monitorate i risultati dei programmi dell’UNICEF contro la violenza e lo sfruttamento dei bambini, ad esempio il reclutamento di minori nei gruppi armati, la violenza sessuale a scuola, il bullismo, i matrimoni infantili e la tratta di minori. Non lavoravo solo sul Senegal, ma su tutta l’Africa occidentale: negli anni trascorsi a Dakar ho visitato per lavoro circa quindici paesi della regione.

2. Attualmente sei in Colombia per dei progetti teatrali con gli ex combattenti, dove hai anche iniziato una collaborazione con l’università delle arti. Dov’è nata l’idea di lavorare con gli ex combattenti? Ci potresti spiegare in che cosa consistono questi progetti? Perché lasciare l’Unicef ed il Senegal per un salto nel vuoto per lavorare di teatro in Colombia? Dove hai trovato la forza (o coraggio?) per lanciarti andare?
Dal 2002 pratico il teatro partecipativo; ho cominciato in Italia e ho proseguito nei vari paesi dove ho vissuto (Brasile, Stati Uniti, Senegal, Uganda, Congo e Colombia). Nel 2012 ho partecipato ad alcuni laboratori in Irlanda del Nord e in Colombia che coinvolgevano ex combattenti di fazioni opposte in un dialogo creativo e profondo sulle esperienze vissute durante la guerra. Ho ascoltato le loro storie e ho conosciuto personalmente le lacerazioni prodotte dai conflitti nelle comunità e nelle famiglie di queste persone. Sono stato molto colpito dalla determinata volontà di impegnarsi per la pace di alcuni ex combattenti, che ancora oggi considero come i miei “maestri” nel cammino della riconciliazione.
Da questa esperienza è nato mio interesse per il teatro come strumento per accompagnare la riconciliazione post conflitto. Alcuni anni dopo, ho condotto un laboratorio teatrale in una università colombiana e mi offrirono di restare come professore di teatro comunitario. Ho accettato. Alcuni mesi dopo ho fondato un gruppo di ricerca composto da studenti e artisti chiamato “Arti per la Riconciliazione”. Il mio interesse principale era lavorare con il teatro sulle biografie degli ex combattenti, perché avessero uno spazio protetto dove potessero mostrare le loro ferite, ma soprattutto condividere i loro coraggiosi percorsi di guarigione interiore e di riconciliazione comunitaria. Cosa fa concretamente il mio gruppo di ricerca? Conduce laboratori teatrali basati sull’autobiografia e la creazione collettiva, che coinvolgono ex guerriglieri, ex membri di gang, donne sopravvissute alla violenza sessuale e persone che vivono con l’epilessia. I laboratori durano circa quattro mesi, al termine il gruppo presenta un breve spettacolo teatrale a un pubblico esterno. Quasi tutti i partecipanti non hanno mai recitato prima. Per queste donne e questi uomini così segnati dalla violenza vedere che il pubblico onora la loro storia di dolore e rinascita è un momento molto importante per riconciliarsi con il loro passato e creare insieme il loro futuro. In questi gruppi i partecipanti stabiliscono anche forti legami fra loro e con gli studenti del nostro gruppo.
Perché ho scelto di lasciare l’Unicef e di buttarmi in questo progetto personale? Sicuramente per la passione che sentivo per il lavoro con le persone direttamente coinvolte in conflitti armati. Volevo ascoltare le loro storie “con le orecchie del cuore”, e fare qualcosa di concreto per accompagnare la loro guarigione interiore.
Dove ho trovato il coraggio di lasciare? Sicuramente nell’entusiasmo per quel che andavo a fare. Per anni mi sono preparato, coltivando la mia passione per il teatro, mentre svolgevo altri lavori. Prima di lasciare il mio lavoro ho pubblicato il mio libro di conduzione teatrale (disponibile qui in quattro lingue) perché servisse da guida ai miei studenti colombiani. Nel prendere la decisione mi ha molto aiutato anche il senso di urgenza, dopo tanti anni di lavoro per organizzazioni internazionali che non mi soddisfaceva completamente, che mi ha portato a sentire che non potevo più aspettare, che il mio tempo per decidere di diventare chi realmente ero stava per scadere. Se volevo farlo, dovevo andare.

3. Dove e come vedi il tuo futuro lavorativo?
Da quando ho lasciato l’UNICEF non considero più quello che faccio un lavoro, ma innanzitutto una passione, dalla quale cerco anche di ricavare il necessario per vivere. Entro la fine di quest’anno vorrei consolidare tutto quello che ho imparato sull’uso delle arti per la riconciliazione in Colombia e pubblicare un libro intitolato “Teatro per la Riconciliazione – come usare il dramma per costruire la pace”. Vorrei che questo libro servisse da guida per tutti coloro che vogliono intraprendere questa meravigliosa esperienza. Un sogno a più lungo temine è quello di fondare un corso universitario di “Teatro per la Riconciliazione” dove educatori, psicologi e artisti di tutto il mondo possano ritrovarsi per imparare insieme e poi portare questi metodi nei loro paesi e nelle loro lingue.
Negli anni successivi vorrei portare il mio metodo basato sulle arti come strumento di dialogo e riconciliazione in altri continenti. Tutte le culture umane usano le arti, e tra queste il teatro, per vedersi come attraverso uno specchio e per cercare di sanare le loro ferite. Dalle sue origini nelle caverne del Neolitico, dove le sagome degli animali cacciati venivano trafitte ritualmente, il teatro è stato innanzitutto un rituale di sanazione dalla paura e di preparazione del gruppo per un’azione collettiva essenziale per il benessere di tutti (la caccia dell’indomani). Vorrei tornare alle origini del teatro come cura e costruzione di un futuro comune. Sto costruendo dei contatti con vari paesi in conflitto: in Mali, in Siria e spero presto anche in Yemen. Vorrei stabilire altri gruppi di studenti che lavorino con le arti con le popolazioni più direttamente coinvolte nei conflitti, perché accompagnino il difficile cammino della riconciliazione nei loro paesi. Vorrei anche che alcuni dei miei collaboratori colombiani possano portare la loro esperienza in Siria, i siriani in Mali, e così via, tessendo una rete mondiale di Riconcili-Attrici e Riconcili-Attori che si riconoscano intorno a valori condivisi.
Volendo sognare ancora più in grande, vorrei che questo metodo di coniugare la creatività umana e la costruzione di pace faccia nascere gruppi in tanti paesi del mondo che si riconoscono in alcuni valori e metodi comuni e lavorino sui conflitti adattando le tecniche ai loro contesti: dalla salute mentale alla criminalità giovanile, dalla tutela dell’ambiente, all’equità economica, dalla malattia terminale al lutto per la perdita di una persona amata.

6 Giugno 2019: una serata tra musica e cultura per l’Aismac e le “sue” malattie rare

Mea culpa.
Lo ammetto, per permettervi di organizzarvi al meglio, sarebbe stato opportuno parlarvene prima, dal momento che è un evento in programma per questa sera. Ma troppo spesso mi perdo nella gestione del tran tran quotidiano, mannaggia! 😥 Proprio quello che cerco di evitare con tutte le mie forze….
Ma, premesso questo, ci tengo comunque a presentarvi il concerto di sensibilizzazione organizzato per le ore 21,00 odierne da CRESSC Torino ed AISMAC, con la partecipazione dell’acp, associazione cori piemontesi, presso l’EDUCATORIO della PROVVIDENZA – SALA ORPHEUS di Corso Trento 13 a Torino.
Sensibilizzazione sì, ma è, al contempo, un’importante occasione formativa e conoscitiva, in quanto sono contemplati anche gli interventi di medici specialisti, in primis il neo primario della neurochirurgia delle Molinette il prof. Diego Garbossa, di solidarietà, perché il ricavato della serata, ad ingresso ad offerta, verrà destinato all’Aismac per portare aventi e far nascere nuovi progetti per i pazienti affetti da Chiari e/o Siringomielia e, infine, di cultura grazie al concerto del Coro Rosamystica.
Tutto in una serata e tutta una serata per la ricerca su Chiari e Siringomielia.

Il programma del concerto spazierà da musiche rinascimentali di Byrd, Palestrina, Gallus, Hassler, da Vittoria, al romanticismo di Rheinberger, a brani contemporanei di Sentinelli, Bersani e De André.

Io ci sarò, e voi?!?

Festa della mamma tra magia, musica ed impegno sociale

Oramai lo sapete, mi piacciono tantissimo i regali pensati con amore e legati alla cultura. In questo caso c’è anche un importante valore aggiunto, considerando che viviamo in uno Stato in cui ci sono grosse difficoltà a cogliere ed affrontare le realli priorità: lo scopo benefico.

Domenica 12 Maggio 2019
alle ore 16,30
c/o il Salone delle Feste
Via Moncenisio 5 – Pianezza (To)
L’A.S.D SOL LEVANTE KARATE presenta
“Note Magiche – Talent di musica e magia”

Il ricavato della serata, che prevede l’ingresso ad offerta libera, verrà devoluto alle associazioni: AISMAC, Aiutiamo “La stella” a brillare e Progetto Giada.

Trascorrere del tempo con le persone care, aiutando associazioni che realmente supportano, sul territorio, i malati e le loro famiglie e potendo assistere anche ad uno spettacolo molto originale: credete davvero che ci possano essere regali migliori per le vostre mamme?!?

Le Nuove Museo del Carcere: una ricchezza da conoscere e preservare

È una realtà museale che conosco molto bene. È un mio appuntamento annuale fisso e, in occasione di eventi particolari, lo visito anche più volte in un anno. È la prima volta, però, che ci vado il 25 Aprile, perché di norma partecipo alla commemorazione al Martinetto, ma quest’anno ho voluto cambiare.

Le Nuove, trattandosi di una struttura carceraria e non di un canonico museo, è visitabile solo in orari prestabiliti e con visite guidate (per info ed orari visitate il sito). Le guide, come tutto il personale che gestisce la struttura, per la quale pagano un affitto al Comune di Torino, sono volontari dell’associazione Nessun uomo è un’isola.

Questa volta ho incontrato Giancarlo, pensionato che ha lavorato nel carcere come elettricista di un’azienda esterna alla struttura. È stata una splendida sorpresa. Nonostante non fosse la mia prima volta, è riuscito a stupirmi con curiosità ed aneddoti che ancora non conoscevo, coinvolgendo sia me che tutti gli altri visitatori con una narrazione estremamente appassionata e con enfasi da teatrante. Mi sono rivista in lui durante le mie esperienze di guida volontaria FAI e mi sono chiesta se anche chi ascoltava me si sentiva così magicamente rapita.
Purtroppo, però, sembra tirare una brutta aria: innanzitutto il Comune, da una richiesta quinquennale degli affitti, ha deciso per un pagamento mensile, come se si volesse riservare l’opzione di disdire il contratto di locazione in qualsiasi momento.

Se non lo sapete, su sei bracci, più uno centrale, della struttura carceraria originaria, è possibile visitare solamente i primi tre perché il 4′, il 5′ ed il 6′ sono già stati ristrutturati e completamente snaturati per utilizzarli come uffici comunali. In una città in cui i fabbricati fatiscenti ed in disuso sicuramente non mancano (cito, ad esempio, il complesso costruito per le Olimpiadi Invernali del 2006 e sito in Via Bologna angolo Via Novara, ndSmicol), è stato scelto di toglierci un pezzo di storia. Chi impedirà loro di continuare a farlo?

Pensate anche alla fatica dei volontari di Nessun uomo è un’isola, i quali devono portare sulle loro spalle la gestione della struttura ed il perdurare della nostra memoria storica. Purtroppo non sono tanti e, soprattutto, sono principalmente pensionati. Non c’è ricambio generazionale.Come possiamo puntare i piedi e salvaguardare il nostro patrimonio storico, culturale ed architettonico? Con semplici passi, perché le grandi vittorie si ottengono con tanti piccoli successi, come un puzzle:
. innanzitutto visitando il museo e partecipando ai loro eventi: conoscerlo fa bene a noi e permette alla struttura di continuare a vivere (fa parte del circuito Abbonamento Musei Piemonte, ndSmicol)
. facendo il passaparola ed invitando anche altre persone a visitarlo
. partecipando attivamente come volontari per portare avanti i principi de Nessun uomo è un’isola. Ne avete la voglia e la forza? Cliccate qui
Insieme ce la possiamo fare.

E così, “Non è solo una partita” ?!!

Sono per lo meno due decenni che non solo non seguo il calcio, ma sono portata a tagliarmi fuori da qualsiasi discorso che lo riguardi.
Ma, dopo gli striscioni laziali di alcuni giorni fa, non posso che fermarmi un attimo e riflettere.
E mi sto riferendo alla pubblicità che in questi giorni, sfortunatamente, vediamo in tv ed ascoltiamo in radio.
Jubentus-Inter.
Questa sera.
Entrambi gli spot si basano su:
“Non è solo una partita”.
Eh no, cari miei, state passando il messaggio sbagliato.
È solo una partita.
Che poi, la foga del tifo assegni a questi 90 minuti tutta una serie di significati che non ha, è tutto un altro discorso.
Se la vostra squadra perde, dispiacetevi, ma non infervoratevi, non siate aggressivi.
Tifate, appassionatevi, ma ricordatevi che la bellezza del gioco è proprio legata al concetto che è solo una partita.
Quando la partita è finita e gli avversari hanno guadagnato i 3 punti, NON È UNA VOSTRA SCONFITTA. Vi siete distratti, avete seguito due tempi che, seppur deludenti, vi hanno permesso di estraniarvi dai vostri problemi, dalle difficoltà quotidiane che dovete affrontare.
Adesso tiratevi su le maniche e giocate voi perché la vostra esistenza non è un gioco, è la vostra vita a non essere solo una partita.

È per te, “bigliettaia” del Museo Diffuso della Resistenza

Storie di ordinaria pazzia. O insoddisfazione. O repressione. O semplicemente maleducazione.
Il Museo Diffuso della Resistenza di Torino, per quanto mi riguarda, ha questo primato negativo: personale in biglietteria scortese. Mi è capitato ben 2 volte in 3 visite fatte.
Sarò particolarmente sfortunata?
Può essere.
Sarà la stessa persona ambo le volte? Lo spero, altrimenti hanno grossi problemi nella selezione del personale. Comunque, proporrei di cambiarle mansione.
Questo post è per te, bigliettaia:
posso capire che anche tu puoi avere le tue giornate negative, che lavorare con il pubblico non è facile, che consideri un peccato dover lavorare i giorni di festa non potendoli condividere con i tuoi famigliari…
Posso capire tutto, ma non posso giustificarti. In che modo, trattar male me, fa star meglio te?
Non mi tirerai nella tua battaglia del malcontento, ti risponderò sempre con un sorriso, anche sarcastico.
Devi però essere consapevole che tu sei la prima persona che incontriamo entrando al Museo e, se tu mi tratti male, mi spingerai a darne un riscontro incrinato dall’amarezza, anche se ha un allestimento di tutto rispetto come il Museo Diffuso della Resistenza di Torino.
Punto.

25 Aprile fuori casa perché, ricordando insieme, si cresce di più

Restare nel proprio nido domestico dà sicurezza, ma l’eccessiva protezione porta all’isolamento in una prigione ovattata.
Impariamo a vivere la terra come la nostra grande casa e a frequentare l’intera umanità come la nostra immensa famiglia (in fondo, in ogni famiglia, c’è sempre una zia stravagante,un parente che non sopportiamo..e via discorrendo, ndsmicol) ed usciamo da queste quattro mura che delimitano la nostra comfort zone.
Qualcosa accadrà.
I pessimisti penseranno sempre al peggio, gli ottimisti vedranno il bello ovunque. Io penso di stare nel mezzo, a galleggiare nel liquido che riempie per metà il bicchiere e dico: “voi uscite e quel che accadrà sarà la vita 😊”
Domani è il 25 Aprile e mi sembra un’ottima occasione per ascoltare il mio suggerimento 😉
[Per il programma degli eventi organizzati a Torino clicca qui]