“Le scarpe appese al cuore” Ugo Riccarelli

“Mi conosco, so che ora, a pochi giorni di distanza dalle montagne di dolore, la prospettiva di una vita così regolata mi è sufficiente, tra qualche mese la voglia di fare le cose che amo mi porterà certamente a saltare qualche consiglio.
La vita non può essere solamente un’esecuzione di norme igieniche e sanitarie. Io so che l’amore e la passione, la forza che dà il gusto alle cose, non possono convivere con il pragmatismo di queste prescrizioni.
Sono sopravvissuto ma non voglio essere “un” sopravvissuto.
Vedo attorno a me persone che hanno avuto un trapianto e continuano a vivere per il trapianto, regolano la loro vita sul trapianto. Sono un trapianto.
Ho troppe facce da rivedere, troppe cose da fare, una vita davanti da vivere dopo un naufragio. Curerò abbastanza questo mio nuovo corpo per poterle fare tutte. Non chiedetemi altro.” (p.110 e 111)

lescarpeappesealcuore

“Le scarpe appese al cuore”, Premio Letterario Chianti nel 1996, fa parte di uno dei filoni letterari che mi piace seguire: quello dei libri autobiografici, inerenti le avversità, soprattutto medico/sanitarie. L’argomento fa risuonare alcune corde del mio intimo, aiutandomi anche a capire e conoscere meglio il mondo che mi circonda, disavventure comprese.
Ho voglia di imparare da coloro che mi sembra siano riusciti a reagire meglio di me agli “sgambetti” della vita.
Purtroppo Riccarelli è morto nel 2013 e non posso fargli sapere quanto la sua storia mi abbia toccata e nella quale mi sono immedesimata in diversi passaggi.

Ugo Riccarelli

Nato e cresciuto a Ciriè, prima di trasferirsi a Pisa perchè il clima della città toscana, maggiormente mite, gli concedeva un pò di tregua per i suoi problemi di salute. Anch’io ho vissuto a Ciriè, ma non ricordo di averlo mai incrociato….forse perchè ero troppo piccola quando si trasferì a Pisa. Peccato…

Arrivare allo strenuo delle proprie forze nell’attesa di un trapianto cuore / polmoni, riuscendo, non si sa come, a trovare la forza di rimanere aggrappato a quell’immaginario muro di roccia che scala per raggiungere quella stabilità, quella tranquillità e di quella “normalità” che gli pare invidiabile perchè permette agli altri di vivere il mondo senza le restrizioni che gli erano inposte.

Bel libro, bella storia e ben raccontata. Vi consiglio di leggerlo.

“FILASTROCCA dell’OSPEDALE”
C’era una volta un ospedale
dove nessuno stava mai male,
la gente si poteva ricoverare
solo se fingeva di farsi curare.
I medici infatti non sapevan guarire
ma eran i malati a non volere morire.
Se uno aveva un gran mal di testa
si organizzava una bellissima festa:
trenta malati fino a mattina
bevevano e ballavano più forte di prima,
mangiavano dolci a pancia sfrenata
e c’era anche una torta: “la siringata”,
pillole, capsule di ogni colore
rendevano allegri e scacciavan il dolore,
perché eran dolci e al sapor cioccolato
e poi perché il male non c’era mai stato.
I letti eran tutti con un veloce motore
e nei corridoi si passavan le ore
a fare le corse come in Formula Uno
e se anche sbattevi non moriva nessuno.
Che bell’ospedale che era, davvero
peccato non riescano a far che sia vero … (p.117)

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