“Mi vivi dentro” Alessandro Milan

Una sera a cena a casa di amici, tante chiacchere e tante risate, poi, sulla soglia della porta in procinto di andarmene via, vedo un libro appoggiato lì, su un ripiano a fanco del divano. Quindi mi attardo un attimo a parlare con il padrone di casa: autori, generi letterari preferiti ed annessi e connsessi. Poi lui se ne esce con un “Seguimi” e mi conduce in camera da letto. Mi mette in mano “Mi vivi dentro” di Alessandro Milan, dicendomi “A me piacciono i libri struggenti.

MI vivi dentro

Leggi questo, secondo me ne vale veramente la pena”. E tra me e me penso: “E che cazzo (scusate il “francesismo”…), un libro stuggente no!!”, ma non me la sento di rifiutare, quando qualcuno ti consiglia un libro, prestandoti addirittura la sua copia (…per di più un regalo da parte del fidanzato, ormai non più tale, il quale era presente alla cena…), ti sta mettendo in mano un pezzo di sè e quindi non si può non accettare un tale dono!
In ascensore leggo la trama ed ho l’impressione che sia un romanzo autobiografico strappalacrime condito da un ottimismo non realistico. Giusto per intenderci, la seconda di copertina, in cui viene descritta la storia, finisce con “…Perchè le storie più belle non hanno un lieto fine: semplicemente non finiscono”.
Ho aspettato un pò a leggerlo, fintanto che ho iniziato a vergognarmi di tenere in ostaggio un libro non mio.

Alessandro Milan

Mi sono anche ricreduta, è ben scritto ed effettivamente è realmente un inno alla resilienza. Purtroppo, però, la mia lettura è comunque andata a rilento. Non so il perchè, forse mi sono rivista eccessivamente nella Del Rosso e nel suo calvario, considerando il mio percorso diagnostico ed il faticoso 2017, con strascichi nel 2018: avanti e indietro dagli ospedali, con l’impossibilità di gestire alcuni momenti della mia vita, dovendo per forza affidarmi a degli specialisti, scelti con tanta dedizione, obbligata a far da caregiver ai miei caregiver, non potendo però supportarli nel momento peggiore.
Ma io sono qua, mi sono ripresa pefettamente: al momento il mio lieto fine c’è. Ci sono anche e ci sono sempre stati, come per Wondy: ironia, nonostante la stanchezza ed i dolori (…e troppo spesso non capita da chi è al mio fianco), voglia di vedere oltre, perchè un “oltre” c’è, almeno nel nostro modo di andare avanti e di progettare.
Non possiamo predire il futuro, non sappiamo se domani saremo ancora a questo mondo, ma possiamo vivere il presente con l’intensità dell’ultimo attimo ma con l’entusiasmo di poter fare per altri mille anni.

Francesca Del Rosso
[Intervista di Daria Bignardi a Francesca Del Rosso a “Le invasioni Barbariche]

Al mio fianco, ci sono alcuni Alessandro Milan e, leggendo il suo libro, ho ritrovato nero su bianco ciò che già pensavo: se non vivi la malattia, ti ritrovi spiazzato e non sai come stare al meglio a fianco di chi il “menico” ce l’ha dentro e che lui soltanto può realmente affrontare.

“Come si sentisse lei in quel momento, non potevo immaginarlo. Anche con tutto l’amore del mondo, non avrei potuto capirlo mai, né allora né dopo.
Ma ecco come mi ero sentito io: paralizzato, come se il ghiaccio mi impedisse qualunque reazione. D’improvviso non riuscivo neppure a toccarla, a consolarla, a stringerla. Percepivo la mia completa inutilità, al punto di impedirmi di provare empatia per lei. Terribile.
Tanto che Fanci me lo aveva proprio chiesto: “Abbracciami, ti prego”.
E soltanto allora mi ero scosso.” (p. 141)

Alla fine non credo che fosse prematuro per me leggere questo libro in questo momento: se mi è arrivato, ci sarà un perchè. C’è un momento ed un tempo per ogni lettura, ma, a volte, lo capiamo solamente girando l’ultima pagina.
Consapevole di non spoilerare nulla di irreversibile, vi anticipo che Francesca Del Rosso muore e che “Mi vivi dentro” è la storia tra Wondy ed Alessandro, da quando si sono conosciuti alla ricostruzione, da parte di Milan, della propria vita e della propria famiglia dopo essere rimasto vedovo, con sapienti passaggi tra passato e presente.

Tranquilli, io non ho pianto, non perchè non ci sia da piangere, ma semplicemente perchè dipende dalla consapevolezza e dai ricordi che “Mi vivi dentro” fa riaffiorare in ognuno di noi.

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