Intervista a Salvo Pitruzzella: Scrittore, drammaterapeuta, docente e direttore della scuola triennale di drammaterapia di Lecco

Salvo - Smicol

Salvo Pitruzzella è esperto di Drammaterapia e di educazione alla creatività. Dal 1998 dirige la Scuola Triennale di Drammaterapia presso il Centro ArtiTerapie di Lecco. È Professore di Prima Fascia di Pedagogia e Didattica dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, dove tiene anche il corso di Scrittura Creativa. È International Member della BADTh (British Association of Dramatherapists), e fa parte del Comitato Editoriale della rivista Dramatherapy Journal, organo scientifico dell’associazione. Nel 2006 è stato invitato a tenere la Lectio Magistralis alla Conferenza della BADTH, a Nottingham. Socio Onorario, a partire dalla sua fondazione, della SPID (Società Professionale Italiana Drammaterapia), su delega della quale è membro dell’Executive Board dell’EFD (European Federation of Dramatherapy), che riunisce delegati delle associazioni professionali di drammaterapia di 14 nazioni europee. È il rappresentante italiano presso l’ECArTE (European Consortium for Arts Therapies Education), consorzio di università europee che promuovono la formazione nel campo delle ArtiTerapie, ed ha collaborato all’organizzazione della 13a Conferenza Internazionale delle Arti Terapie (Palermo, 16-19 Settembre 2015), dove ha condotto la Masterclass in Drammaterapia. Ha condotto laboratori di Drammaterapia e creatività applicata in molte città d’Italia, come pure in UK, Svizzera, Repubblica Ceca, Romania, Grecia, Malta, e Israele. È stato il primo italiano invitato a tenere una Lectio Magistralis alla Conferenza della NADTA (North American Drama Therapy Association), Seattle (WA), 2016, il cui testo è stato pubblicato sulla Drama Therapy Review.

1) Psicoterapeuta e drammaterapeuta: che differenza c’è tra i due indirizzi terapeutici?
Possiamo partire dall’etimologia: terapia deriva dal verbo greco “therapein”, che vuol dire curare, o prendersi cura, anche se non sempre le due nozioni vanno di pari passo. In particolare, nella medicina scientifica del 900, la nozione di cura è stata primariamente legata alla chimica, o alla chirurgia, vale a dire massicci interventi esterni sul paziente. Se questo ha da un lato salvato molte vite, dall’altro ha portato a considerare l’altro aspetto come secondario: quello che gli inglesi chiamano “bedside manners” è diventato nel tempo un accessorio di cui si può tranquillamente fare a meno. Nell’accezione delle psicoterapie e della drammaterapia, i due termini sono inscindibili: la cura avviene attraverso il prendersi cura, vale a dire che il ruolo essenziale del terapeuta non è inserire un elemento correttivo, ma sostenere il soggetto nella ricerca del proprio equilibrio, creare un ambiente umano e relazionale dove le risorse della persona possano trovare spazio e rafforzarsi. Il prefisso psico- nella parola psicoterapia indica due cose: da un lato, che la cura si rivolge alla psiche. Psiche è il nome dell’anima nell’antica Grecia, recuperato nel XIX secolo dalla nascente disciplina della psicologia, che indaga il funzionamento della mente umana. Quindi, cura della mente. Dall’altro lato, il prefisso indica il fatto che tale cura è all’interno di uno dei filoni della psicologia, ciascuno dei quali propone un modello diverso della psiche: abbiamo infatti psicoterapie comportamentali, cognitive, psicodinamiche (tra le quali le varie forme di psicoanalisi), umanistiche, ecc.
Veniamo alla drammaterapia: in essa, il termine terapia è usato più o meno nello stesso significato in cui è usato dalle psicoterapie: un metodo per aiutare persone in difficoltà, che possono essere più o meno gravi, a trovare le proprie risorse interiori per sopravvivere. Quello che la differenzia dalla psicoterapia è la parola dramma. Questo significa che gli strumenti della cura sono derivati dall’ambito drammatico. Per dramma si intende una predisposizione umana alla rappresentazione, che si è manifestata storicamente nelle forme del rito e del teatro, e che si continua a manifestare giorno per giorno nel gioco “a far finta” dei bambini. Noi crediamo che il linguaggio del dramma sia intrinseco alla natura umana, e che il processo drammatico abbia una grande potenzialità terapeutica, e nel corso del tempo (la drammaterapia è nata negli anni 70 del secolo scorso), abbiamo costruito degli strumenti per facilitare, controllare e valutare il processo.

2) Scrittore, dramma terapeuta, docente e direttore della scuola triennale di drammaterapia di Lecco: tutte queste attività sono una scelta spontanea oppure obbligata perché in Italia non è ancora pronta per permettere di vivere solamente con uno di questi lavori?
Per vedere il bicchiere mezzo pieno, potrei dire che ho realizzato, nel mio piccolo, la profezia del vecchio Carlo Marx, che diceva più o meno: puoi pescare la mattina, arare il pomeriggio e cantare la sera, senza per questo essere pescatore, contadino o musicista. Scherzi a parte, devo ammettere che lavorare come drammaterapeuta (o in generale come arteterapeuta) in Italia è ancora un po’ difficile, a differenza di altre nazioni. Tuttavia vedo che qualcosa si sta rapidamente muovendo: molte persone lavorano sul territorio e il metodo comincia ad acquisire una certa credibilità. Spero che prima o poi diventi una professione riconosciuta. Attualmente è regolata da una norma liberamente sottoscritta dalle associazioni nazionali dei professionisti delle arti terapie, sotto l’egida dell’UNI, che ne stabilisce competenze e standard formativi.

3) Come drammaterapeuta, docente e scrittore di libri specializzati: perché chi ci legge dovrebbe scegliere di iniziare questo percorso di studi e quindi di lavorare come drammaterapeuta? Quali competenze e doti bisogna possedere per potervisi approcciare?
La scuola di drammaterapia a Lecco esiste da vent’anni, e fa parte di un più ampio progetto di formazione nelle arti-terapie, e di promozione delle professioni dell’ambito. Gli allievi devono possedere un titolo di studio equivalente ad una laurea triennale (preferibilmente nel settore psico-socio-educativo) o esperienze equivalenti, e possibilmente minime competenze teatrali. Ma soprattutto devono avere passione per la materia: spesso sono persone che hanno sperimentato direttamente come l’esperienza teatrale di per sé possa essere qualcosa che ci trasforma, e hanno intuito che tale potenziale può essere meglio compreso e utilizzato nelle relazioni d’aiuto. Nella formazione in drammaterapia la teoria non è separata dalla pratica. Dall’analisi dell’esperienza di gruppo deriviamo i principi che governano il processo e impariamo ad usarli, ma allo stesso tempo lavoriamo su noi stessi, sviluppando la nostra creatività, la nostra sensibilità empatica, e la nostra capacità d’ascolto, che sono strumenti fondamentali per la professione, ma anche, oserei dire, per la vita.

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