“Accabadora” Michela Murgia

Anni ’50,Soreni é un paese di fantasia della Sardegna (lo ammetto, ho una conoscenza della regione abbastanza ridotta, quindi vi fornisco quest’informazione dopo aver googleato), ma la storia è verosimile, perchè, in realtá, Soreni è un pó qualsiasi paesino della Sardegna, con i suoi usi e costumi e, soprattutto, in “Accabadora” non é importante la collocazione geografica all’interno della regione, ma quanto i personaggi che le danno forma.

Accabadora

“”Acabar”, in spagnolo, significa finire. E in sardo “accabadora” è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. E’ lei l’ultima madre” (IV di copertina)

Consigliatomi dalla bibliotecaria della Biblioteca Comunale di Corso Vercelli, quando le ho domandato se vi fossero dei libri della Murgia, avendola conosciuta con l’appassionante lettura di “Ave Mary”. Secondo lei è il romanzo più bello della scrittrice sarda. “Abbacadora” mi ha peró entusiasmato meno, in quanto in “Ave Mary” ho potuto imparare tantissime nuove nozioni, sulle quali ho anche avuto modo di fare ulteriori approfondimenti, ampliando i miei confini mentali.
Devo dare peró atto alla scrittrice di essere riuscita a raccontare un pezzo di cultura dei sardi che, altrimenti, mi sarebbe rimasto completamente sconosciuto.
Nella mia esperienza ho avuto l’impressione che i sardi non amino condividere “parti di loro” con chi di loro non “fa parte”. E devo anche ammettere che la figura dell’accabadora (…con o senza camice, in Sardegna, in Italia o in qualsiasi paese del mondo) è una figura attuale piú che mai, con le sue contraddizioni, la sua lotta morale interna e tutti i sentimenti che scaruriscono da ció che lei attua in chi resta per il rispetto e la compassione di chi vuole ardentemente andarsene.
Maria, la giovane protagonista, è la flius de anima, una “figlia d’anima”, di Tzia Bonaria Urrai, la quale è proprio l’accabadora. La pratica del filius de anima è rimasta viva,  in diverse zone della Sardegna, fino alla metà degli anni sessanta e consistente, da parte dei genitori biologici, di dare in affidamento spontaneo uno dei propri figli ad un altro adulto, il quale non necessariamente fa parte del nucleo famigliare.
Il romanzo, pertanto, non parla solamente di morte, ma anche di amore, un amore incondizionato non legato agli obblighi che ci si aspetta di rispettare a causa dei legami di sangue, e di rinascite.
Non possiamo scegliere come e dove venire al mondo, ma abbiamo la possibilità di adoperarci per tutte le rinascite che vogliamo, con le nostre regole, i nostri sogni ed i nostri desideri, con la nostra forza di volontà.
Nascite e rinascite sia morali che fisiche.
Non possiamo sapere se il nostro corpo o il corpo di un eventuale nostro compagno può concepire una nuova vita, ma si può essere genitori anche amando una creatura nata da altri corpi, ma che, per scelta, decidiamo di far entrare nella nostra vita, donandole una parte di noi e non, come purtroppo accade ancora oggi, per errore.
Tzia Bonaria Urrai è vedova, ma l’essere sola non le nega la capacità di crescere Maria con la dedizione e l’educazione che solamente chi desidera veramente un figlio può dare, indipendentemente dal proprio stato civile.

Michela Murgia è riuscita, in “Accabadora”, ha raccogliere e narrare così tanti argomenti importanti da far quasi girare la testa.
Amore, vita e morte descritte con dolcezza, nella consapevolezza che, anche davanti agli ostacoli che la vita ci presenta, abbiamo sempre davanti almeno un bivio nel quale la scelta della strada da percorrere spetta a noi ed a noi soltanto.

“Lucia e il corpo di Alessia” Alessia Donati

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“Alessia e Lucia sono talmente amiche che in certi momenti pensano di essere una sola persona. Alessia, irrequieta e istintiva, usa il suo corpo per reclamare uno spazio nel mondo; Lucia, bellissima, soffre di una malattia degenerativa che la costringe sulla sedia a rotelle. Il corpo si Alessia balla come lap dancer, agisce come un’escort, si presta diligente a esperienze di ogni genere; Lucia, dalla sua stanza, condivide le avventure, raccoglie le confidenze, immagina, sogna, suggerisce.
Fino a dove? Fino a quando?
Un romanzo provocante e provocatorio, in cui si mescolano storie vere, ma anche fantasia e fantasie.” (IV di copertina)

Non so chi abbia scritto il sopracitato “riassunto” di “Lucia e il corpo di Alessia”, presente nella quarta di copertina delle edizioni di Mondolibri. Sicuramente un artista della parola, meglio, senz’altro, della Donati. Riesce ad attirare il lettore nella speranza di immergersi in una storia fuori dalle righe, ma che non troverà nelle pagine del libro.
Il rapporto amicale tra Lucia ed Alessia, come le caratteristiche dei due personaggi, è molto ben descritto nel suddetto riassunto, ma non trova il giusto spazio e coinvolgimento all’interno della narrazione. Lucia andrebbe descritta meglio, dovrebbe ricoprire un maggior ruolo all’interno della storia.
Definire “Lucia e il corpo di Aessia” un romanzo provocante e provocatorio è esagerato: il sesso occupa, sì, la quasi totalità delle parole scritte, ma non vi è nulla di particolarmente provocante o provocatorio. Si accenna al sesso orale, anale, sveltine nei bagni, lap dance, sesso di gruppo ed al lavoro di accompagnatrice, passando velocemente da un’avventura di Alessia ad un’altra. Nulla di provocante e neppure di provocatorio, considerando il mondo in cui viviamo e che ci ha abituati a ben altre narrazioni ed immagini.
Non voglio sapere cosa, in quel che ho letto, sia reale o di fantasia. Mi sembra solo che sia l’unico libro scritto dalla Donati e sono lieta di questo.
Solo avendo il libro in mano ho scoperto che l’autrice è in realtà una pornodiva: le chiedo pertanto la cortesia di continuare a recitare film porno e di non scrivere un nuovo libro, grazie.

“Ho appena ucciso mia moglie” Emmanuel Pons

Ho appena ucciso mia moglie

“…Un romanzo sconvolgente e a tratti durissimo, tra atrocità e ironia, tra tragico e grottesco, nel quale il male che è dentro l’uomo appare quasi “normale” e si confonde con una strana forma di amore” (Ultima di copertina)

L’assassino si conosce giá dal titolo (l’attore Gianfranco Ratti, quando interpreta un ipotetico giallista scandinavo nei suoi interventi comici a “Il ruggito del coniglio”, avrà preso spunto da quest’opera?), ma, non trattandosi di un giallo, questo non é un problema. Il libro inizia con l’omicidio giá avvenuto: è l’evento scatenante di tutta la narrazione, ma non ci è dato sapere com’è accadutoo, anche perchè il come non è rilevante per la storia.
Il racconto è narrato in prima persona dal protagonista/assassino, che l’autore ha chiamato come se stesso, in un susseguirsi di eventi quasi surreali, che hanno inizio con il desiderio di Emmanuel di confidare a qualcuno, degno di fiducia, quanto commesso … per dargli una “meritata” notorietá, in quanto “persona informata sui fatti”. Tutto prima di andare a costituirsi alla polizia.
Nulla peró andrá come progettato. Emmanuel scoprirá delle prioritá che non prendeva neppure in considerazione…anche grazie alla saggezza di un maestro di vita, sul quale sarebbe bello che tutti noi potessimo contare.
(Prezzo di copertina: 14 €, pagato 1€ nuovo su una bancarella in via Po)

“Un essere vuoto non si aspetta niente, quindi non è mai deluso. Un essere vuoto ascolta quello che viene detto e non lo paragona con quello che si sarebbe potuto dire. Un essere vuoto non può essere infastidito da una mania. Non la giudica. Un essere vuoto, infine, Emmanuel, permette all’altro di vedersi come in uno specchio. Questo altro, oh miracolo! comincia allora a cambiare. Non subisce più la pressione di un essere pieno, avverso, che disapprova. A poco a poco si lascia andare, vuotandosi a sua volta. Allora la vita di sue esseri vuoti uniti è un paradiso. Uno riempie l’altro, insieme ogni sera si vuotano. Emmanuel, è la magia della vita” (p. 128)

“Delitti alla Sacra di San Michele” Angelo Caroli

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Si potrebbe pensare che conoscere l’ambientazione di un libro sia riduttivo per  l’immaginazione del lettore, che dovrebbe ricreare nella propria mente i luoghi descritti dall’autore. Ogni tanto, però, a me piace immergermi in storie in location a me note. Mi rende piú facile entrare nella narrazione, mi fa sentire fin da subito “a casa”, permettendomi di concentrarmi maggiormente sui personaggi e sugli eventi narrati.
Lo stile di Caroli è asciutto, sintetico, splendidamente concatenato: tiene il lettore incollato alle pagine del libro.
Due morti, un’auto incendiata, furti e ricettazione di arte sacra: anche la storia ha tutti gli ingredienti per tenere in sospeso il lettore fino all’ultima pagina.
Buona lettura!

“La casa degli angeli” Colleen McCullough

La casa degli angeli

“Beata ignoranza, la chiamano, ma io non sono d’accordo. L’ignoranza è una trappola che spinge la gente a prendere le decisioni sbagliate.” (p.190)

Una casa, innumerevoli personaggi al suo interno, ognuno con le proprie caratteristiche, come se fosse un micromondo all’interno del mondo reale.
Sogni, amori, odio, speranze: tutti i personaggi sono ben caratterizzati e molto differenti tra loro. Questo rappresenta una grande ricchezza, nonostante gli screzi che nascono.
Un romanzo che racconta la vita di un quartiere considerato “problematico”, tacciato non “di classe” con le sue case chiuse, i travestiti e gli eccessi. Nella storia trovano un loro posto anche un gruppo di lesbiche con soprannomi maschili, una padrona di casa stravagante, con la sua palla di cristallo ed i suoi tarocchi. Per non parlare della sua dolcissima piccola bambina muta, considerata da uno psichiatra affetta da una forma poco conosciuta di autismo.
Due delle protagoniste hanno anche una relazione con due uomini sposati. Le loro storie si evolvono in maniera differente. Molto spesso mi è capitato di confrontarmi con delle amiche proprio in merito ai tradimenti.
Io sono molto intransigente, non perdono il tradimento perchè va a ledere la fiducia che ho affidato totalmente e consapevolmente al mio compagno. Non ritengo comunque l’amante colpevole del danno subìto. Nonostante mi venga detto che, magari, è lei che lo ha circuìto. Penso che non conti ciò che possa essere fatto per conquistarlo: se lui è convinto del nostro rapporto, se mi ritiene veramente la sua compagna ideale, se mi stima e mi ama, non inciamperà mai e rimarrà ben saldo al mio fianco ed alla nostra relazione. Nel bene e nel male.

“Phobia” Wulf Dorn

“Tutti commettiamo degli errori, pensò Sarah, ma non è mai troppo tardi per pentirsi. Se verremo perdonati, questo è un altro paio di maniche, non dipende più da noi. Ma nessuna punizione può mai cancellare il male commesso.
Forse la paura poteva essere un buon maestro, come aveva detto lo sconosciuto, mai il miglior maestro restava sempre un’onesta consapevolezza.” (p.313)

phobia

 

“Phobia” mi è piaciuto più che “La psichiatra”. Nonostante si tratti anch’esso di un thriller psicologico, ho trovato la storia più lineare e più chiara da seguire.
Ci sono tutti gli ingredienti per tenere il lettore incollato alle pagine del libro fino all’ultima parola perchè, oltre alla storia avvincente e ben scritta, è tutto condito dalle paure, da ciò che rappresentano per i personaggi e finanche per noi….perchè ognuno di noi ha delle paure, anche se non abbiamo il coraggio di ammetterle neppure con noi stessi.

“La psichiatra” Wulf Dorn

“Stanza numero7.
Ogni paziente ha un odore.
E’ un odore acre e penetrante.
E’ l’odore della paura.
Ma questa volta è diverso.
Perchè questa volta la psichiatra sa che la paura della paziente
diventerà anche la sua” (II p. di copertina)

la_psichiatra

E’ un grande best seller a livello internazionele, con 200.000 copie vendute solo in Italia. Donato Carrisi lo descrive così: “Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. La psichiatra ci porta nel lato oscuro”.

Considerando l’interesse che mi spinge verso lo studio delle problematiche mentali, “La psichiatra” non ha rappresentato per me solamente un diletto, ma anche un ulteriore tassello verso nuove riflessioni che pensavo di toccare leggendo un thriller.
Devo ammettere che il finale non è per niente scontato, fino alle ultimissime pagine la mia chiave di svolta non era quella di Dorn 😀

“A volte bisogna costringere le persone a prendersi cura di sè.” (p.111)

“A volte è facile tirarsi fuori dagli impicci lasciando un numero telefonico. E’ un pò come rilanciare la palla. Un biglietto da visita o un numero annotato su un pezzo di carta, la sostanza del messaggio è sempre la stessa: Non mi sento pronto ad espormi per te. Vedi di farcela da solo. Ma, per scaricarmi la coscienza, ti do il mio numero. (p.125)