INTERVISTA AD ANGELO MIRAMONTI: GRAZIE AL VALORE TERAPEUTICO DEL TEATRO, ALLA SUA SENSIBILITÀ ED ALLA SUA PREPARAZIONE, DONA CONFORTO ALLE ANIME.

I suoi bellissimi occhi osservano attenti tutto ciò che lo circonda. Sono incrinati da una pacatezza che, ad uno sguardo poco attento, potrebbe sembrare malinconia, mentre in realtà riflettono al mondo la profondità d’animo di un uomo che ha conosciuto la sofferenza dei più poveri e si è tirato su le maniche per aiutarli a venirne fuori.
La sua tranquillità è tutt’altro che apatia. Conoscendolo si comprende cosa voglia dire, in pratica, lavorare con costanza, entusiasmo e dedizione senza sprecare energie inutili.
Ha diverse pubblicazioni all’attivo (l’ultima è “Amina. Ritratto di una donna abitata dagli spiriti ancestrali.”, che non ho ancora avuto modo di leggere, ma che mi sta già attendendo sul comodino e che, ovviamente, vi recensirò non appena l’avrò terminato), due lauree e buona parte della sua vita trascorsa a vivere in giro per il mondo, perché la sua casa è il mondo intero.
Fatevi coinvolgere dalle sue parole e  dall’armonia del suo animo, che lo porta a vedere come possibile un futuro migliore, nella consapevolezza però che sia necessario un impegno attivo e non violento, grazie alla cultura ed il teatro.

Angelo Miramonti

1. Quando ci siamo conosciuti lavoravi in Senegal per l’Unicef: come si fa a riuscire a lavorare per un’organizzazione di tale portata ed in che cosa consisteva il tuo lavoro?
Per lavorare con l’UNICEF in paesi in via di sviluppo serve una laurea in una disciplina legata ai diritti dei bambini (medicina, ingegneria, nutrizione, scienze dell’educazione, economia, etc.), la conoscenza dell’inglese, francese o spagnolo e soprattutto avere esperienza di gestione di progetti per minori in paesi in via di sviluppo. Il mio lavoro in Senegal consisteva nel monitorate i risultati dei programmi dell’UNICEF contro la violenza e lo sfruttamento dei bambini, ad esempio il reclutamento di minori nei gruppi armati, la violenza sessuale a scuola, il bullismo, i matrimoni infantili e la tratta di minori. Non lavoravo solo sul Senegal, ma su tutta l’Africa occidentale: negli anni trascorsi a Dakar ho visitato per lavoro circa quindici paesi della regione.

2. Attualmente sei in Colombia per dei progetti teatrali con gli ex combattenti, dove hai anche iniziato una collaborazione con l’università delle arti. Dov’è nata l’idea di lavorare con gli ex combattenti? Ci potresti spiegare in che cosa consistono questi progetti? Perché lasciare l’Unicef ed il Senegal per un salto nel vuoto per lavorare di teatro in Colombia? Dove hai trovato la forza (o coraggio?) per lanciarti andare?
Dal 2002 pratico il teatro partecipativo; ho cominciato in Italia e ho proseguito nei vari paesi dove ho vissuto (Brasile, Stati Uniti, Senegal, Uganda, Congo e Colombia). Nel 2012 ho partecipato ad alcuni laboratori in Irlanda del Nord e in Colombia che coinvolgevano ex combattenti di fazioni opposte in un dialogo creativo e profondo sulle esperienze vissute durante la guerra. Ho ascoltato le loro storie e ho conosciuto personalmente le lacerazioni prodotte dai conflitti nelle comunità e nelle famiglie di queste persone. Sono stato molto colpito dalla determinata volontà di impegnarsi per la pace di alcuni ex combattenti, che ancora oggi considero come i miei “maestri” nel cammino della riconciliazione.
Da questa esperienza è nato mio interesse per il teatro come strumento per accompagnare la riconciliazione post conflitto. Alcuni anni dopo, ho condotto un laboratorio teatrale in una università colombiana e mi offrirono di restare come professore di teatro comunitario. Ho accettato. Alcuni mesi dopo ho fondato un gruppo di ricerca composto da studenti e artisti chiamato “Arti per la Riconciliazione”. Il mio interesse principale era lavorare con il teatro sulle biografie degli ex combattenti, perché avessero uno spazio protetto dove potessero mostrare le loro ferite, ma soprattutto condividere i loro coraggiosi percorsi di guarigione interiore e di riconciliazione comunitaria. Cosa fa concretamente il mio gruppo di ricerca? Conduce laboratori teatrali basati sull’autobiografia e la creazione collettiva, che coinvolgono ex guerriglieri, ex membri di gang, donne sopravvissute alla violenza sessuale e persone che vivono con l’epilessia. I laboratori durano circa quattro mesi, al termine il gruppo presenta un breve spettacolo teatrale a un pubblico esterno. Quasi tutti i partecipanti non hanno mai recitato prima. Per queste donne e questi uomini così segnati dalla violenza vedere che il pubblico onora la loro storia di dolore e rinascita è un momento molto importante per riconciliarsi con il loro passato e creare insieme il loro futuro. In questi gruppi i partecipanti stabiliscono anche forti legami fra loro e con gli studenti del nostro gruppo.
Perché ho scelto di lasciare l’Unicef e di buttarmi in questo progetto personale? Sicuramente per la passione che sentivo per il lavoro con le persone direttamente coinvolte in conflitti armati. Volevo ascoltare le loro storie “con le orecchie del cuore”, e fare qualcosa di concreto per accompagnare la loro guarigione interiore.
Dove ho trovato il coraggio di lasciare? Sicuramente nell’entusiasmo per quel che andavo a fare. Per anni mi sono preparato, coltivando la mia passione per il teatro, mentre svolgevo altri lavori. Prima di lasciare il mio lavoro ho pubblicato il mio libro di conduzione teatrale (disponibile qui in quattro lingue) perché servisse da guida ai miei studenti colombiani. Nel prendere la decisione mi ha molto aiutato anche il senso di urgenza, dopo tanti anni di lavoro per organizzazioni internazionali che non mi soddisfaceva completamente, che mi ha portato a sentire che non potevo più aspettare, che il mio tempo per decidere di diventare chi realmente ero stava per scadere. Se volevo farlo, dovevo andare.

3. Dove e come vedi il tuo futuro lavorativo?
Da quando ho lasciato l’UNICEF non considero più quello che faccio un lavoro, ma innanzitutto una passione, dalla quale cerco anche di ricavare il necessario per vivere. Entro la fine di quest’anno vorrei consolidare tutto quello che ho imparato sull’uso delle arti per la riconciliazione in Colombia e pubblicare un libro intitolato “Teatro per la Riconciliazione – come usare il dramma per costruire la pace”. Vorrei che questo libro servisse da guida per tutti coloro che vogliono intraprendere questa meravigliosa esperienza. Un sogno a più lungo temine è quello di fondare un corso universitario di “Teatro per la Riconciliazione” dove educatori, psicologi e artisti di tutto il mondo possano ritrovarsi per imparare insieme e poi portare questi metodi nei loro paesi e nelle loro lingue.
Negli anni successivi vorrei portare il mio metodo basato sulle arti come strumento di dialogo e riconciliazione in altri continenti. Tutte le culture umane usano le arti, e tra queste il teatro, per vedersi come attraverso uno specchio e per cercare di sanare le loro ferite. Dalle sue origini nelle caverne del Neolitico, dove le sagome degli animali cacciati venivano trafitte ritualmente, il teatro è stato innanzitutto un rituale di sanazione dalla paura e di preparazione del gruppo per un’azione collettiva essenziale per il benessere di tutti (la caccia dell’indomani). Vorrei tornare alle origini del teatro come cura e costruzione di un futuro comune. Sto costruendo dei contatti con vari paesi in conflitto: in Mali, in Siria e spero presto anche in Yemen. Vorrei stabilire altri gruppi di studenti che lavorino con le arti con le popolazioni più direttamente coinvolte nei conflitti, perché accompagnino il difficile cammino della riconciliazione nei loro paesi. Vorrei anche che alcuni dei miei collaboratori colombiani possano portare la loro esperienza in Siria, i siriani in Mali, e così via, tessendo una rete mondiale di Riconcili-Attrici e Riconcili-Attori che si riconoscano intorno a valori condivisi.
Volendo sognare ancora più in grande, vorrei che questo metodo di coniugare la creatività umana e la costruzione di pace faccia nascere gruppi in tanti paesi del mondo che si riconoscono in alcuni valori e metodi comuni e lavorino sui conflitti adattando le tecniche ai loro contesti: dalla salute mentale alla criminalità giovanile, dalla tutela dell’ambiente, all’equità economica, dalla malattia terminale al lutto per la perdita di una persona amata.

6 Giugno 2019: una serata tra musica e cultura per l’Aismac e le “sue” malattie rare

Mea culpa.
Lo ammetto, per permettervi di organizzarvi al meglio, sarebbe stato opportuno parlarvene prima, dal momento che è un evento in programma per questa sera. Ma troppo spesso mi perdo nella gestione del tran tran quotidiano, mannaggia! 😥 Proprio quello che cerco di evitare con tutte le mie forze….
Ma, premesso questo, ci tengo comunque a presentarvi il concerto di sensibilizzazione organizzato per le ore 21,00 odierne da CRESSC Torino ed AISMAC, con la partecipazione dell’acp, associazione cori piemontesi, presso l’EDUCATORIO della PROVVIDENZA – SALA ORPHEUS di Corso Trento 13 a Torino.
Sensibilizzazione sì, ma è, al contempo, un’importante occasione formativa e conoscitiva, in quanto sono contemplati anche gli interventi di medici specialisti, in primis il neo primario della neurochirurgia delle Molinette il prof. Diego Garbossa, di solidarietà, perché il ricavato della serata, ad ingresso ad offerta, verrà destinato all’Aismac per portare aventi e far nascere nuovi progetti per i pazienti affetti da Chiari e/o Siringomielia e, infine, di cultura grazie al concerto del Coro Rosamystica.
Tutto in una serata e tutta una serata per la ricerca su Chiari e Siringomielia.

Il programma del concerto spazierà da musiche rinascimentali di Byrd, Palestrina, Gallus, Hassler, da Vittoria, al romanticismo di Rheinberger, a brani contemporanei di Sentinelli, Bersani e De André.

Io ci sarò, e voi?!?

Intervista a Maurizio Messana: quando il teatro è vita e la vita è teatro


www.gruppoteatro1.it
info@gruppoteatro1.it

Classe 1962, attore e regista di esperienza e professionalità indiscusse, Maurizio Messana ha lavorato in tanti grandi teatri dislocati su tutto il territorio Nazionale come, ad esempio, i teatri Alfieri ed Erba di Torino, il Politeama di Genova, l’ Alfieri di Asti, lo Smeraldo di Milano, il Civico di Brescia, come anche strutture site nel meridione d’Italia ed inserite nel circuito Stabile o del Territorio.
Da vent’anni forma attori a Torino, dove promuove anche l’attività artistica, culturale, didattica delle nuove promesse del teatro o del cinema.
Nella sua compagnia, il Gruppo Teatro 1, che da venticinque anni propone spettacoli sconfinando in vari generi, dal brillante Vaudeville (premiato con menzione della Rai Italiana) al drammatico o di impegno sociale (con vari riconoscimenti del Comune e della Regione), lavora come regista e attore e promuove innovazioni sulla sperimentazione teatrale e la ricerca.
In quest’intervista, partendo dalle sue competenze, ho voluto che emergesse anche il suo lato umano, appassionato, che fa di lui la grande persona che è, intrecciata indissolubilmente, ovviamente, alla sua vena artistica.
E’ un vero piacere ascoltarlo e farsi coinvolgere dalle sue parole.
Le sue risposte sono più lunghe rispetto alle interviste precedenti (ndsmicol: c’è chi lo taccia di essere un pò logorroico 😉 ), ma, personalmente, non me la sono sentita di tagliare alcunchè perchè sono rimasta estasiata dai suoi pensieri … e, vedrete, sarà veramente bello arrivare fino alla fine!

Maurizio Messana

1) Sei il regista degli spettacoli che il Teatro 1 porta in scena (questa mi pare sia la norma, ma qualche volta passi il testimone?) : quali sono le caratteristiche che un buon regista dovrebbe, secondo te, avere? E quali doti un attore per lavorare con te?
Essere regista di una compagnia teatrale vuol dire compiere un grande atto di fede, ma anche un grande sforzo fisico e intellettuale. Mi spiego: atto di fede in quanto sempre e costantemente dedito all’attività artistica della compagnia, vivere con passione contagiosa le scelte teatrali, immergersi nelle epoche, nelle vicende che si andranno a rappresentare con trasporto e un pizzico di infantile entusiasmo, credendo e motivando con passione i propri attori. Sforzo fisico perché tra prove, allestimenti, elaborazione di scene, approfondimenti per lo studio del personaggio, creazioni artistiche per lo spettacolo, bisogna avere tenacia e una buona tempra. L’attore deve essere anche un buon atleta! Dal punto di vista intellettuale, il regista deve costantemente studiare le opere, approfondire l’analisi sugli autori trattati, il periodo storico, l’immagine delle scene, il valore di ogni singola battuta, studiare con cura quasi maniacale ogni momento dello spettacolo e ogni più piccola sfumatura dei personaggi. Oserei dire che il “respiro del regista” sia in ogni scena, in ogni personaggio, in ogni momento dello spettacolo, ricordando però sempre che gli attori sono artisti e in quanto tali, devono esprimersi in modo autentico e secondo la propria personale creatività. Un bravo attore deve appunto avere una buona creatività e capacità di analisi critica, oltre che una grande capacità tecnica, che serve da supporto, piedistallo indispensabile per l’arte attoriale. Il bravo attore deve saper ascoltare, essere anche propositivo e aver un buon intuito in scena. La compagnia teatrale funziona bene se ci sono rapporti umani distesi e onesti, come in tutto nella vita, ma nel caso del teatro il gruppo di attori che si esibisce in scena parla della vita e trasmette veri sentimenti, non si scherza con i sentimenti, è per questo che i rapporti tra compagni di lavoro sarebbe preferibile fossero il più possibile chiari e sereni. Sta anche al regista creare una buona armonia nella compagnia, essere un punto di riferimento che ascolta e unisce, un amico, un padre artistico pronto a rispondere alle richieste e chiarimenti senza mai dimenticare il suo ruolo di direttore artistico e responsabile del gruppo di lavoro. Non ho mai demandato l’incarico della regia, non si è mai presentata l’occasione e poi il Gruppo Teatro 1 lo sento come la mia famiglia e io ne sono il padre, non potrei essere altro, sarebbe una finzione grottesca se facessi altro, come se in una famiglia il padre fingesse di fare il figlio o viceversa. È capitato però che in alcuni casi dei miei bravi e talentuosi collaboratori abbiano preso le direttive di determinati lavori e hanno dimostrato una competenza e capacità che mi hanno largamente ripagato di tanto lavoro insieme e tanto tempo dedicato alla ricerca creativa.
2) Come ho anticipato nella tua presentazione, oltre all’attività di regista, sei l’insegnante, nonché mentore, delle “nuove leve” della compagnia e che frequentano i corsi da essa organizzati, direttore artistico ed anche attore. Ecco, proprio a proposito del tuo lavoro d’attore: è facilitato dal tuo essere anche regista? Ed in quali aspetti è influenzato? Se non erro ti è anche capitato di recitare in spettacoli in cui ti occupavi della regia, come fai a destreggiarti in questo “doppio ruolo”?
Il teatro per me non è un lavoro, se lo fosse avrei già smesso da tempo! Troppa fatica, troppi problemi, ostacoli, notti insonni, troppe cene saltate e poco tempo per i piaceri e per il superfluo, (cosa assolutamente necessaria direbbe Wilde, del quale ho interpretato la vita in teatro e al cinema). Occuparmi della compagnia, degli attori, della scuola è una passione che nulla potrebbe eguagliare in soddisfazione, bellezza, creatività, emozioni e poesia. Si Passano intere serate a provare, ragionare, studiare, storie di vita, personaggi, mondi lontani, spaccati familiari, contesti sociali … è una cosa unica che arricchisce ed esalta lo spirito!
Essere attore e regista vuol dire mettere insieme una dimensione del totale, avendo al contempo uno sguardo profondo dentro il proprio personaggio. Avere una visione del totale aiuta molto anche il personaggio che interpreto, lo trovo estremamente coinvolgente e completo, certamente difficile, perché bisogna continuamente entrare e uscire dal personaggio per dare le giuste direttive alla compagnia, è come mettere in standby il proprio personaggio per dedicarsi a tutto il mondo e alle persone che attorno a lui si muovono, per poi immergersi in quel mondo e all’interno far vivere lui. È difficile, ma è il mondo che mi vive dentro ed è il più perfetto che si possa immaginare, il più imprevedibile è iperbolico, il più generoso ed avaro allo stesso tempo! È il mondo infinito che ci vive dentro, dove l’essere umano è infinito e trova spazio nel mondo esterno solo attraverso la poesia e la bellezza del teatro.
3) Tu fai parte di quella generazione che, probabilmente per ultima, ha conosciuto la “tranquillità del posto fisso”. Hai mai provato l’ebrezza? Che cosa ti ha spinto, invece, a scegliere di lavorare di teatro, a discapito probabilmente di un guadagno certo e costante?
Beh! Già quando ero ragazzo io, il posto fisso, era già diventato qualcosa in via di “estinzione” (non sono poi così vecchio), nonostante questo, c’era speranza, voglia di combattere, volontà collettiva di raggiungere obiettivi comuni. Ho studiato al liceo artistico negli anni settanta e lì ho amato l’arte e la visione collettiva della creatività artistica, noi eravamo quelli che credevano nell’arte del grande passato e che volevano rivoluzionare quella presente, ma ho anche vissuto la bellezza dell’alacre lavoro dell”’artista solitario”: io e la tela, io e il disegno, io e il soggetto a cui ispirarsi. Gli anni ottanta erano pieni di stimoli e voglia di fare, c’era la possibilità di scegliere, magari non c’ era un granché, ma si poteva ancora scegliere cosa fare, e non è poco! Provo sempre una grande tristezza e un certo senso di responsabilità per il mondo senza grandi scelte e prospettive che abbiamo lasciato ai giovani…! Fare l’attore non è stata una scelta, ma un richiamo naturale. Ho sempre amato recitare, fin da bambino, quando costringevo i miei cugini a guardarmi mentre scendevo dalle scale declamando cose incomprensibili, ma che in me dovevano essere perfettamente chiare. Ho Comunque fatto molti lavori, ma senza grande successo: consulente finanziario, agente immobiliare, disegnatore tecnico, arredatore…..quest’ultimo lavoro mi piaceva di più rispetto agli altri, ma mi licenziarono lo stesso, avevo la testa altrove, al teatro… e poi lavorare in ufficio lo detestavo! No, non rimpiango nulla, nemmeno le scelte azzardate e pericolose pur di fare l’attore, nemmeno la precarietà difficile e a volte umiliante dei primi tempi. Quando si ama qualcosa, parlo di vero amore, tutto il resto non ha colore, profumo, non ha sapore. Mi sono disposto a scommettere tutto sul teatro, che poi ho capito, con il tempo, che era solo scommettere su me e le mie aspirazioni, sulle mie capacità. Ho scommesso su me stesso. Ognuno a questo mondo ha un compito, un mandato, uno scopo ben preciso, bisogna sapersi ascoltare per capire qual è il nostro compito e poi fare di tutto per essere felici!

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” alle Fonderie Limone Moncalieri – 27 Gennaio 2019

La mia prima volta alle Fonderie Limone di Moncalieri. Teatro non molto grande, ma non per questo secondario per il calendario degli spettacoli, infatti è all’interno del circuito del Teatro Stabile Torino ed è una struttura egregiamente ristrutturata e gestita.

Un paio di mesi fa My Mother mi ha passato “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon, essendole piaciuto tantissimo. Tanto per cambiare, però, è ancora lì ad aspettarmi (prima o poi riuscirò a smaltire l’arretrato??!?!! 🤔). Scegliendo il suo regalo di Natale (ormai è consuetudine che, ogni anno, io scelga, come regalo per noi due, il biglietto per uno spettacolo teatrale che cerco con cura. Il mio obiettivo è dedicare una giornata a noi due, rendendola speciale potendo condividere belle sensazioni ed un po’ di cibo … per sfamare anima e corpo. Non pensate sia un regalo “da ricchi”. Al di là dei portali dei vari teatri, visitando siti specifici come vivaticket o happyticket, oltre al conosciutissimo ticketone, si possono trovare eventi per tutte le tasche. Quest’anno ho speso un po’ di più, considerando i 28 euro a biglietto, ma ci sono stati anni che ho trovato anche spettacoli a 15 euro, compresa la prevendita. Vi porto anche ad esempio gli spettacoli che, da 3 anni a questa parte, regalo a Big Sister e a tutta la sua famiglia: 4 biglietti al Teatro Carignano di Torino per lo spettacolo per bambini con posto non numerato a 20 € per tutta la famiglia. Cos’altro potete comprare per 5 € a persona? In questo caso, per di più, regalate un’esperienza unica ed irripetibile), ho fatto cinquina perché ho proprio trovato la messa in scena del libro di Haddon.

E ieri ci siamo andate.

[Clicca qui per il video di presentazione dello spettacolo]

Spettacolo veramente suggestivo e My Mother, avendo già letto il libro, ha apprezzato la fedeltà dell’adattamento teatrale di Simon Stephens con l’opera letteraria. Pregevole la bravura degli attori, soprattutto di Daniele Fedeli nel ruolo di Christopher, perché non era affatto facile rendere in maniera credibile e senza cadere negli stereotipi un quindicenne con la Sindrome di Asperger. Dieci attori in scena, ma molti di più i personaggi da interpretare, come innumerevoli sono i cambi di scena, splendidamente resi con una scenografia minimale, principalmente consistente in tre maxi teloni, dove sono stati proiettati filmati per tutta la durata dello spettacolo. Perfetto intreccio di teatro, video e musica, in una rappresentazione in cui le battute recitate in scena si sono alternate in modo scorrevole a stralci registrati in una consecutio armoniosa che ha permesso allo spettatore di apprezzare nel suo insieme la narrazione, nonostante la complessità della trama.

Un grande applauso alla compagnia Teatro Elfo Puccini per la bravura dimostrata e per averci regalato due ore e mezza veramente appassionanti!!

MuseiAMO – Visite guidate Teatrali: PALAZZO MADAMA

MuseiAMO

Apprezzo le visite guidate perchè permettono di apprendere nozioni che altrimenti rimarrebbero sconosciute, a meno che non si arrivi alla mostra già preparati. Danno anche la possibilità di concentrarsi maggiormente sulle opere ascoltando la guida parlare, senza dover alternare lo sguardo tra le opere e quanto scritto a fianco ad esse.
Fino a questa circostanza, non mi era però mai capitato di assistere a ad una visita guidata teatrale. Il progetto MuseiAMO è interessante e permette di assistere ad una visita “fuori dal comune”. Erano coinvolti Davide Motto (Oikos Teatro), Vincenzo Valenti (ART.ò) e Alessia ed Alessandra, due studentesse del Dams. Proprio quest’ultime hanno contribuito maggiormente nell’aspetto nozionistico, fornendo quasi la totalità delle informazioni storico/artistiche sul Palazzo, pur essendo loro coinvolte in minima parte nell’intrattenimento rispetto a Motto e Valenti. Davide e Vincenzo si sono dimostrati due mattatori: con grande capacità hanno saputo condurre la visita, senza fa annoiare il gruppo, anzi, creando diversi momenti di ilarità.
Simone, con i suoi 8 anni, è stato la mascotte del gruppo e, come tale, è stato maggiormente coinvolto, dimostrando da parte sua pieno entusiasmo per tutta l’ora della visita. Sono certa che l’esperienza gli rimarrà impressa nella memoria e che influenzerà positivamente il suo futuro rapporto con il teatro e con i musei.
Meno dettagliata di una canonica visita guidata: per questo sarebbe meglio parteciparvi conoscendo già, per lo meno a grandi linee, ciò che si sta visitando. Ritengo comunque che sia un’esperienza da fare.
Il costo è pressochè in linea con tutte le visite guidate:
costo del biglietto al museo + 5 euro per la visita guidata teatale (gratuita per i bambini sotto i 6 anni).
Per i possessori dell’abbonamento musei: l’ingresso al museo è gratuito + 4 euro per la visita guidata teatale.

palazzo-madama

“Sulla MORTE senza ESAGERARE” al Teatro Vittoria per Concentrica

 sulla-morte-senza-esagerare_-3_12_2016
Intero in serata: 10 euro
Intero in prevendita e ridotti in serata (Studenti, tesserati Teatro della Caduta, residenti dei comuni di Collegno, Moncalieri, Venaria, Valenza, Vercelli): 8 euro
Under 18: gratuito

La morte fa paura e parlarne è un tabù.
Ho visto nascere e crescere il progetto teatrale “Sulla morte senza esagerare”: l’idea è originale, l’argomento è trattato con sottile ironia ed al contempo con una delicatezza quasi sognate. Si sorride e si riflette .
La bravura degli attori è messa alla prova dall’impossibilità di utilizzare la plasticità  espressiva del volto perché indossano delle grandi maschere di cartapesta (ideate e realizzate con maestrìa da Ilaria Ariemme): ne escono sicuramente vincitori.
Accomodatevi sulla mano virtuale che i Gordi stanno porgendo e lasciatevi condurre nella magia del teatro.

Trailer “SULLA MORTE SENZA ESAGERARE”

IMPRO Lightbox Anteprima Festival Istantaneo 2016 – Cecchi Point

cecchipoint-impro-ligtCosti biglietti: 10€ intero; 7€ ridotto (under 18, over 65, studenti, prenotazione via mail entro le ore 18 del giorno di spettacolo); 5€ ridotto residenti Aurora
Biglietti disponibili su: http://www.quntatinta.it
CECCHI POINT – Via Antonio Cecchi 17, Torino

Improvvisare non è facile: ci vogliono una buona preparazione tecnica e delle doti innate, chiaramente non insegnabili. I ragazzi di Quintatinta le hanno entrambe e, ogni volta che ho avuto il piacere di assistere ad una loro performance, le risate sono nate fragorose e spontanee.
Lo spettacolo di questa sera è una variante all’interno dell’improvvisazione a cui non ho ancora mai assistito, ma sono curiosa di scoprire le novità che porta con sè.

Il Cecchi Point è una bella realtà, molto attiva nel seguire le novità artistiche, occupandosi anche dell’organizzazione dei corsi per gli “addetti ai lavori” e tutto riuscendo ad offrire una buona rosa di proposte a costo contenuto.