Intervista a Maurizio Messana: quando il teatro è vita e la vita è teatro


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Classe 1962, attore e regista di esperienza e professionalità indiscusse, Maurizio Messana ha lavorato in tanti grandi teatri dislocati su tutto il territorio Nazionale come, ad esempio, i teatri Alfieri ed Erba di Torino, il Politeama di Genova, l’ Alfieri di Asti, lo Smeraldo di Milano, il Civico di Brescia, come anche strutture site nel meridione d’Italia ed inserite nel circuito Stabile o del Territorio.
Da vent’anni forma attori a Torino, dove promuove anche l’attività artistica, culturale, didattica delle nuove promesse del teatro o del cinema.
Nella sua compagnia, il Gruppo Teatro 1, che da venticinque anni propone spettacoli sconfinando in vari generi, dal brillante Vaudeville (premiato con menzione della Rai Italiana) al drammatico o di impegno sociale (con vari riconoscimenti del Comune e della Regione), lavora come regista e attore e promuove innovazioni sulla sperimentazione teatrale e la ricerca.
In quest’intervista, partendo dalle sue competenze, ho voluto che emergesse anche il suo lato umano, appassionato, che fa di lui la grande persona che è, intrecciata indissolubilmente, ovviamente, alla sua vena artistica.
E’ un vero piacere ascoltarlo e farsi coinvolgere dalle sue parole.
Le sue risposte sono più lunghe rispetto alle interviste precedenti (ndsmicol: c’è chi lo taccia di essere un pò logorroico 😉 ), ma, personalmente, non me la sono sentita di tagliare alcunchè perchè sono rimasta estasiata dai suoi pensieri … e, vedrete, sarà veramente bello arrivare fino alla fine!

Maurizio Messana

1) Sei il regista degli spettacoli che il Teatro 1 porta in scena (questa mi pare sia la norma, ma qualche volta passi il testimone?) : quali sono le caratteristiche che un buon regista dovrebbe, secondo te, avere? E quali doti un attore per lavorare con te?
Essere regista di una compagnia teatrale vuol dire compiere un grande atto di fede, ma anche un grande sforzo fisico e intellettuale. Mi spiego: atto di fede in quanto sempre e costantemente dedito all’attività artistica della compagnia, vivere con passione contagiosa le scelte teatrali, immergersi nelle epoche, nelle vicende che si andranno a rappresentare con trasporto e un pizzico di infantile entusiasmo, credendo e motivando con passione i propri attori. Sforzo fisico perché tra prove, allestimenti, elaborazione di scene, approfondimenti per lo studio del personaggio, creazioni artistiche per lo spettacolo, bisogna avere tenacia e una buona tempra. L’attore deve essere anche un buon atleta! Dal punto di vista intellettuale, il regista deve costantemente studiare le opere, approfondire l’analisi sugli autori trattati, il periodo storico, l’immagine delle scene, il valore di ogni singola battuta, studiare con cura quasi maniacale ogni momento dello spettacolo e ogni più piccola sfumatura dei personaggi. Oserei dire che il “respiro del regista” sia in ogni scena, in ogni personaggio, in ogni momento dello spettacolo, ricordando però sempre che gli attori sono artisti e in quanto tali, devono esprimersi in modo autentico e secondo la propria personale creatività. Un bravo attore deve appunto avere una buona creatività e capacità di analisi critica, oltre che una grande capacità tecnica, che serve da supporto, piedistallo indispensabile per l’arte attoriale. Il bravo attore deve saper ascoltare, essere anche propositivo e aver un buon intuito in scena. La compagnia teatrale funziona bene se ci sono rapporti umani distesi e onesti, come in tutto nella vita, ma nel caso del teatro il gruppo di attori che si esibisce in scena parla della vita e trasmette veri sentimenti, non si scherza con i sentimenti, è per questo che i rapporti tra compagni di lavoro sarebbe preferibile fossero il più possibile chiari e sereni. Sta anche al regista creare una buona armonia nella compagnia, essere un punto di riferimento che ascolta e unisce, un amico, un padre artistico pronto a rispondere alle richieste e chiarimenti senza mai dimenticare il suo ruolo di direttore artistico e responsabile del gruppo di lavoro. Non ho mai demandato l’incarico della regia, non si è mai presentata l’occasione e poi il Gruppo Teatro 1 lo sento come la mia famiglia e io ne sono il padre, non potrei essere altro, sarebbe una finzione grottesca se facessi altro, come se in una famiglia il padre fingesse di fare il figlio o viceversa. È capitato però che in alcuni casi dei miei bravi e talentuosi collaboratori abbiano preso le direttive di determinati lavori e hanno dimostrato una competenza e capacità che mi hanno largamente ripagato di tanto lavoro insieme e tanto tempo dedicato alla ricerca creativa.
2) Come ho anticipato nella tua presentazione, oltre all’attività di regista, sei l’insegnante, nonché mentore, delle “nuove leve” della compagnia e che frequentano i corsi da essa organizzati, direttore artistico ed anche attore. Ecco, proprio a proposito del tuo lavoro d’attore: è facilitato dal tuo essere anche regista? Ed in quali aspetti è influenzato? Se non erro ti è anche capitato di recitare in spettacoli in cui ti occupavi della regia, come fai a destreggiarti in questo “doppio ruolo”?
Il teatro per me non è un lavoro, se lo fosse avrei già smesso da tempo! Troppa fatica, troppi problemi, ostacoli, notti insonni, troppe cene saltate e poco tempo per i piaceri e per il superfluo, (cosa assolutamente necessaria direbbe Wilde, del quale ho interpretato la vita in teatro e al cinema). Occuparmi della compagnia, degli attori, della scuola è una passione che nulla potrebbe eguagliare in soddisfazione, bellezza, creatività, emozioni e poesia. Si Passano intere serate a provare, ragionare, studiare, storie di vita, personaggi, mondi lontani, spaccati familiari, contesti sociali … è una cosa unica che arricchisce ed esalta lo spirito!
Essere attore e regista vuol dire mettere insieme una dimensione del totale, avendo al contempo uno sguardo profondo dentro il proprio personaggio. Avere una visione del totale aiuta molto anche il personaggio che interpreto, lo trovo estremamente coinvolgente e completo, certamente difficile, perché bisogna continuamente entrare e uscire dal personaggio per dare le giuste direttive alla compagnia, è come mettere in standby il proprio personaggio per dedicarsi a tutto il mondo e alle persone che attorno a lui si muovono, per poi immergersi in quel mondo e all’interno far vivere lui. È difficile, ma è il mondo che mi vive dentro ed è il più perfetto che si possa immaginare, il più imprevedibile è iperbolico, il più generoso ed avaro allo stesso tempo! È il mondo infinito che ci vive dentro, dove l’essere umano è infinito e trova spazio nel mondo esterno solo attraverso la poesia e la bellezza del teatro.
3) Tu fai parte di quella generazione che, probabilmente per ultima, ha conosciuto la “tranquillità del posto fisso”. Hai mai provato l’ebrezza? Che cosa ti ha spinto, invece, a scegliere di lavorare di teatro, a discapito probabilmente di un guadagno certo e costante?
Beh! Già quando ero ragazzo io, il posto fisso, era già diventato qualcosa in via di “estinzione” (non sono poi così vecchio), nonostante questo, c’era speranza, voglia di combattere, volontà collettiva di raggiungere obiettivi comuni. Ho studiato al liceo artistico negli anni settanta e lì ho amato l’arte e la visione collettiva della creatività artistica, noi eravamo quelli che credevano nell’arte del grande passato e che volevano rivoluzionare quella presente, ma ho anche vissuto la bellezza dell’alacre lavoro dell”’artista solitario”: io e la tela, io e il disegno, io e il soggetto a cui ispirarsi. Gli anni ottanta erano pieni di stimoli e voglia di fare, c’era la possibilità di scegliere, magari non c’ era un granché, ma si poteva ancora scegliere cosa fare, e non è poco! Provo sempre una grande tristezza e un certo senso di responsabilità per il mondo senza grandi scelte e prospettive che abbiamo lasciato ai giovani…! Fare l’attore non è stata una scelta, ma un richiamo naturale. Ho sempre amato recitare, fin da bambino, quando costringevo i miei cugini a guardarmi mentre scendevo dalle scale declamando cose incomprensibili, ma che in me dovevano essere perfettamente chiare. Ho Comunque fatto molti lavori, ma senza grande successo: consulente finanziario, agente immobiliare, disegnatore tecnico, arredatore…..quest’ultimo lavoro mi piaceva di più rispetto agli altri, ma mi licenziarono lo stesso, avevo la testa altrove, al teatro… e poi lavorare in ufficio lo detestavo! No, non rimpiango nulla, nemmeno le scelte azzardate e pericolose pur di fare l’attore, nemmeno la precarietà difficile e a volte umiliante dei primi tempi. Quando si ama qualcosa, parlo di vero amore, tutto il resto non ha colore, profumo, non ha sapore. Mi sono disposto a scommettere tutto sul teatro, che poi ho capito, con il tempo, che era solo scommettere su me e le mie aspirazioni, sulle mie capacità. Ho scommesso su me stesso. Ognuno a questo mondo ha un compito, un mandato, uno scopo ben preciso, bisogna sapersi ascoltare per capire qual è il nostro compito e poi fare di tutto per essere felici!

“Vivo d’arte” concorso per giovani artisti italiani all’estero – Scadenza 31 Marzo 2019

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Sito
Scarica il bando per sapere come partecipare al concorso

Lo so:
– la scadenza al 31 Marzo 2019 è molto vicina
– “purtroppo” è un bando/concorso riservato a coloro che sono residenti all’Estero
– se avete più di 36 anni non potete partecipare
Ma:
questo è un progetto che rispecchia perfettamente uno degli intenti di smicol e quindi, quando stamane ne sono vennuta a conoscenza, non ho potuto esimermi dal parlarvene.
Per cui:
– siete nati dal 1983?
– siete artisti?
– risiedete all’estero?
NON PERDETE TEMPO E METTETEVI ALL’OPERA! (clicca qui per accedere al bando)

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Metti una domenica di sole a Torino…tra arte ed artisti di strada

È un vero piacere uscire di casa in quest’inverno così anomalo che sta volgendo al termine, che assomiglia più ad una primavera anticipata e con temperature più simili ad un inizio estate.

Allegerite dalle pesanti giacche perché riscaldate da questo bel sole, le persone si riversano in strada sorridendo e chiaccherando amabilmente, molto spesso gustando un cono gelato multicolore.

Questa cappella introduttiva potrebbe anche essere, di per sé, una piccola riflessione sui cambi climatici e sulle modifiche comportamentali dei torinesi che si stanno dimostrando meno “chiusi” di quel che si potrebbe pensare (ndsmicol: modifica comportamentale parziale, lo ammetto, ma sono ottimista 😉), ma, in realtà, la vera notizia è l’immagine che mi si apre davanti agli occhi mettendo piede in piazza Castello

Per entrare a Palazzo Madama c’è una coda mai vista prima.

È la coda delle “grandi temporanee” o tipica del Museo del Cinema.

Mi viene un botto d’orgoglio e penso “Bene, ce la stiamo facendo!”.

Ma io non sono paziente e quindi non mi fermo in coda e tiro dritto verso Palazzo Chiablese per la temporanea su Armando Testa (ndsmicol: la mostra è stata prorogata fino a Domenica 17 Marzo) , di cui vi parlerò nel mio prossimo articolo.

Uscendo da Piazzetta Reale, ho scoperto che, di fronte alla coda per entrare a Palazzo Madama, che continua ad essere importante (ma, sapete per caso da cosa possa essere motivata?!?)

si è creato un assembramento di gente.

Non resisto e vado a curiosare…

È un artista di strada, per la precisione un “fachiro nostrano”.

Oggi Piazza Castello mi ha dimostrato che Torino sta prendendo un andazzo che proprio mi piace 🤗

… Peccato però che ci siano ancora degli aspetti da correggere…

… Ma ce la possiamo fare 😉

“Le case e le cose” Compagnia di San Paolo

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In una Torino che si sta splendidamente muovendo allontanandosi, seppur lentamente, dal suo passato tristemente vincolato a doppia mandata, ma fortunatamente sempre più lontano, di figlia unica di mamma nota: la Fiat (ormai FCA, da quando è stata definitivamente esternalizzata fuori dai confini Nazionali), la Compagnia di San Paolo continua a dimostrarsi un importante ed imprescindibile perno di questo percorso culturale cittadino.
Con il passare degli anni ho avuto modo di apprezzare direttamente diversi progetti ideati o promossi dalla Compagnia di San Paolo (un paio d’anni fa vi parlai di uno di essi, il Progetto HOUSING, in occasione della decorrenza del decennale) ed oggi desidero parlarvi di “Le case e le cose”, temporanea nata grazie all’appassionato e certosino lavoro delle dipendenti dell’Archivio Storico della Compagnia e tenutasi nei suoi locali, siti in piazza Bernini a Torino.

Punto di partenza e fulcro sono i documenti dell’Archivio Storico legati all’emanazione delle leggi razziali del Novembre 1938. La bellezza di questa mostra è che i documenti sono la base di questa esposizione, fornendole una connotazione storica ed oggettività, ma questi aspetti cedono quasi subito il passo all’empatia. Ci si ritrova davanti ai destini incrociati delle persone, private delle loro case e degli oggetti che rappresentano la loro quotidianità, essenza della vita stessa. I deportati ed i fuggiaschi che, riusciti a sopravvivere alla guerra, sono tornati per cercare di riappropriarsi di una “normalità” perduta, scoprono che la loro resistenza deve continuare. Dopo essere riusciti a rimanere vivi, devono cercare di riappropriarsi della propria identità.

Il lavoro preciso effettuatto dalla Compagnia di San Paolo durante le confische ha facilitato la burocrazia di questa fase, ma il dolore no.

Ora come allora.

Potete immaginare l’emozione di chi, davanti a questi documenti, ritrova un pezzo della vita di un parente o di un amico, e quindi anche una parte della sua storia. Perché ciò che è stato influenzerà ciò che saremo.

Informatevi, leggete, guardate ed impedite agli errori del passato di ripresentarsi.

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” alle Fonderie Limone Moncalieri – 27 Gennaio 2019

La mia prima volta alle Fonderie Limone di Moncalieri. Teatro non molto grande, ma non per questo secondario per il calendario degli spettacoli, infatti è all’interno del circuito del Teatro Stabile Torino ed è una struttura egregiamente ristrutturata e gestita.

Un paio di mesi fa My Mother mi ha passato “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon, essendole piaciuto tantissimo. Tanto per cambiare, però, è ancora lì ad aspettarmi (prima o poi riuscirò a smaltire l’arretrato??!?!! 🤔). Scegliendo il suo regalo di Natale (ormai è consuetudine che, ogni anno, io scelga, come regalo per noi due, il biglietto per uno spettacolo teatrale che cerco con cura. Il mio obiettivo è dedicare una giornata a noi due, rendendola speciale potendo condividere belle sensazioni ed un po’ di cibo … per sfamare anima e corpo. Non pensate sia un regalo “da ricchi”. Al di là dei portali dei vari teatri, visitando siti specifici come vivaticket o happyticket, oltre al conosciutissimo ticketone, si possono trovare eventi per tutte le tasche. Quest’anno ho speso un po’ di più, considerando i 28 euro a biglietto, ma ci sono stati anni che ho trovato anche spettacoli a 15 euro, compresa la prevendita. Vi porto anche ad esempio gli spettacoli che, da 3 anni a questa parte, regalo a Big Sister e a tutta la sua famiglia: 4 biglietti al Teatro Carignano di Torino per lo spettacolo per bambini con posto non numerato a 20 € per tutta la famiglia. Cos’altro potete comprare per 5 € a persona? In questo caso, per di più, regalate un’esperienza unica ed irripetibile), ho fatto cinquina perché ho proprio trovato la messa in scena del libro di Haddon.

E ieri ci siamo andate.

[Clicca qui per il video di presentazione dello spettacolo]

Spettacolo veramente suggestivo e My Mother, avendo già letto il libro, ha apprezzato la fedeltà dell’adattamento teatrale di Simon Stephens con l’opera letteraria. Pregevole la bravura degli attori, soprattutto di Daniele Fedeli nel ruolo di Christopher, perché non era affatto facile rendere in maniera credibile e senza cadere negli stereotipi un quindicenne con la Sindrome di Asperger. Dieci attori in scena, ma molti di più i personaggi da interpretare, come innumerevoli sono i cambi di scena, splendidamente resi con una scenografia minimale, principalmente consistente in tre maxi teloni, dove sono stati proiettati filmati per tutta la durata dello spettacolo. Perfetto intreccio di teatro, video e musica, in una rappresentazione in cui le battute recitate in scena si sono alternate in modo scorrevole a stralci registrati in una consecutio armoniosa che ha permesso allo spettatore di apprezzare nel suo insieme la narrazione, nonostante la complessità della trama.

Un grande applauso alla compagnia Teatro Elfo Puccini per la bravura dimostrata e per averci regalato due ore e mezza veramente appassionanti!!

“Fiabe russe” Aleksandr N. Afanasjev

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Erroneamente, nel pensiero comune, le fiabe vengono relegate al mondo dell’infanzia. Nulla di più sbagliato.
Hanno invece grandi potenzialità ed utilizzi a qualsiasi età, permettendoci inoltre di avvicinarci alla cultura popolare dell’autore, perchè proprio al suo repertorio fa riferimento. Dovremmo tutti avere un moto di gratitudine nei confronti di scrittori come Aleksandr N. Afanasjev (come anche i più noti fratelli Grimm, Calvino, ….) perchè ci hanno fatto avere delle opere che altrimenti sarebbero probabilmente andate perse, per lo meno parzialmente, perchè tramandate esclusivamente oralmente.
Questa raccolta è il mio primo libro di fiabe russe. Ho potuto avere la controprova che, indipendentemente dal loro luogo di origine e dalla lunghezza della narrazione, hanno sempre il medesimo schema:
– c’è un eroe / eroina
– l’eroe / eroina ha una missione da compiere
– l’eroe / eroina ha delle risorse a cui può attingere per superare la missione (possono essere interne o esterne all’eroe /eroina, come anche reali piuttosto che magiche)
– si interpone un ostacolo al compimento della missione ( può essere, anche in questo caso, sia interno che esterno all’eroe / eroina, oppure può anche essere rappresentato dall’atteggiamento di un antieroe)
– come l’eroe / eroina affronta la missione
– finale

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Ho però scoperto che, proprio in relazione a dov’è “nata” la fiaba, la storia può variare, ed anche di molto. Le “Fiabe russe” di Aleksandr N. Afanasjev mi ha rivelato che, nelle narrazioni sovietiche, l’eroe è pressochè sempre maschile, che le risorse su cui può fare affidamento sono sempre magiche e spesso legate alla natura e che la coniuge dell’eroe, quand’esso è sposato, è frequentemente violenta e che viene “ripagata con la medesima moneta” nel finale e, ovviamente, non ci sono re, regine e principesse, ma zar e zarine.
C’è sempre da imparare, anche a quasi 40 anni, anche leggendo fiabe 🙂

afanasevAleksandr N. Afanasjev

“Vivete!” Stéphane Hessel

“Il suo libro “Indignatevi!” è stato il caso editoriale dello scorso anno. Nel giro di poco tempo è diventato il manifesto delle ultime azioni di protesta come Occupy Wall, ha ispirato il movimento degli Indignados e riportato nel dibattito civile una forte iniezione di entusiasmo.” (II di copertina)

Lo so, lo so, sarebbe stato meglio che iniziassi a leggere le opere di Stéphane Hessel da “Indignatevi!”, ma, spesso, non sono io a scegliere i libri e, soprattutto, quando leggerli. La mia relazione con loro è tutta “empatia e sentimenti” e poco cognitiva.

Prologo: io, 12 mesi fa circa, in convelescenza senza la possibilità di uscire per i miei acquisti natalizi, mi ritrovo a navigare su internet per svolgere la mia missione da “Babba Natale non a km zero, ma dallo zero movimento”.
Svolgimento: i primi siti a cui mi approccio sono proprio quelli dei libri perchè, fortunatamente, ci sono diverse persone del mio entourage che, come me, amano “vivere una vita parallela all’interno dei libri”. Tra i vari titoli da cui mi sono fatta attrarre c’era, per l’appunto, “Vivete!” di cui vi parlo oggi. Lo acquisto sapendo già a chi regalarlo, ma, forse a causa della mia poca lucidità per i problemi di salute (…o forse perchè, in quanto donna, sono una campionessa di “acquisto compulsivo”… ), per la persona in questione ho già acquistato un’altra paccata di cose, per cui, anche per egoismo, me lo tengo. Purtroppo il mio arretrato è tale che, momentaneamente, parcheggio “Vivete!” sulla libreria fino a quando non vorrà essere letto…adesso.
Epilogo: l’umanità di Hessel, la sua visione del mondo all’avanguardia, la sua spiritualità e tutti i princìpi che lo hanno motivato fino alla fine della sua vita, spingendolo anche a collaborare alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, trasudano in ogni risposta che ha dato alle domande postegli da Patrice Van Eersel. Ogni sua parola colpisce dritta al cuore, irradiandosi in tutto il resto del corpo, fornendo “carburante” positivo per il cervello e l’anima. In questo periodo storico ne abbiamo proprio bisogno. Un mondo migliore è possibile, ma solo se tutti ci crediamo e camminiamo uniti nella stessa direzione.